mercoledì 20 agosto 2014

Esercizio vetrinistico N.4

Da quando era tornato nell’entroterra, al bar di paese lo chiamavano Disgiochei, anche se in America lui c’era andato più che altro per stendere catrame.
A guardarlo, seduto lì nell’angolo mentre sorseggiava birra e SevenUp, pareve che una parte di lui fosse rimasta in quel posto oltre l’Oceano: non nel senso sentimentale che potreste immaginare ma in un modo più clinico. Il suo sguardo, così come tutto il suo corpo, sembravano alla costante ricerca di un contatto con qualcosa che non era più lì, come se parte del suo cervello fosse stata ancora intenta a vagabondare per quelle strade nere di catrame, incurante di aver perso il proprio corpo. Disgiochei era tornato scemo.
Non si capiva bene cosa ci venisse a fare lui al bar: non giocava, non fumava, non parlava, non leggeva. Lui semplicemente “stava”. Stava come stanno i pesci in un acquario, che per quanto facciano di tutto per sembrare occupati, tu lo sai che non fanno un cazzo.
Quel pesce fuor d’acqua sorseggiava il suo intruglio dolciastro che pareva non dovesse finire mai e intanto, forse, allenava le sue doti paranormali.
Un giorno si sparse la voce che si era sposato con la badante bielorussa della moglie dell’ex farmacista. Non so come l’avesse sedotta, con le sue tasche vuote, le sue squame sbilenche e il suo mezzo cervello vagabondo; ma, da quel giorno, il suo sguardo distratto non ha più nulla dell’irrequietezza dell’attesa.
Ora, in uno strano modo esclusivamente loro, si potrebbero quasi definire felici. Ora, semplicemente, “stanno”.

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